02 Mag 2020
Covid-19 - Dalla mobilità all’immobilismo - trasformazione digitale

Covid-19 – Dalla mobilità all’immobilismo

Riusciremo ad imparare che cambiare è necessario oltre che naturale?

Poche cose sono certe in questo particolare momento storico come il fatto che niente sarà più come prima. Il concetto di  Panta Rehi, nel quale ogni cosa è soggetta alla trasformazione ed al continuo cambiamento, è oggi una tangente che interseca i rapporti e le connessioni della nostra quotidianità siano essi familiari, sociali o lavorativi. Gli stessi oggetti che sono intorno a noi hanno mutato la loro funzione ed anche le nostre abitudini.

Usciremo cambiati da questa esperienza e ne uscirà modificato anche il mondo che sta fuori dalla finestra , quello che pensavamo non potesse cambiare mai. Eravamo pronti ad affrontare una situazione come questa? Come ci stiamo comportando?  E infine, è possibile che debba essere un fattore esterno e non endogeno a farci fare un scatto in avanti (o in qualsiasi altra direzione)?

In questo momento di “reclusione forzata” abbiamo scoperto le potenzialità di internet che il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite considera un diritto fondamentale dell’uomo, ricompreso nell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino. La Rete partendo da quella infrastrutturale è – si legge nel documento – “una forza nell’accelerazione del progresso verso lo sviluppo nelle sue varie forme”.

L’Italia è messa maluccio e rimane ancora un paese arretrato in infrastrutture (sotto il 20% la copertura della fibra) e competenze digitali. Ma soprattutto l’Ocse  ci avverte che solo il 36% degli italiani tra i 16 e i 64 anni, usa la Rete in modo «vario e complesso» che gli permetterebbe di andare oltre la semplice navigazione. Divario questo che ci allontana di molto dalle nordiche Belgio, Danimarca, Finlandia, Olanda, Norvegia e Svezia dove l’80% dei cittadini, per dire, è in grado di usare applicazioni finanziarie o creare un blog.

Accanto ai sistemi infrastrutturali e tecnologici ci sono le competenze: anche qui l’OCSE ci bacchetta e descrive “deficitari tutti i parametri presi in considerazione: dalle competenze tecniche a quelle necessarie per adattarsi a un mondo in evoluzione, dalla scarsa formazione dei lavoratori alla capacità di sfruttare le potenzialità di Internet.”

Quindi, a fronte di una rete infrastrutturale ancora non al passo con i tempi, Italiani poco inclini alle connessioni “stabili” che consentono oltre che a navigare anche di crearsi ed accedere alla cultura, usufruire dei servizi pubblici, informarsi, formarsi, creare il proprio network , lavorare . Meglio buttarsi sull’ecommerce che sta crescendo a tripla cifra, soprattutto riguardo ai settori dell’alimentare e dell’approvvigionamento domestico.

Ma abbiamo anche un bisogno sociale di rimanere informati e di restare in contatto con amici. “Circa il 35% degli italiani guarda più spesso il telegiornale, considerazione valida per tutte le fasce d’età tranne che per le più giovani, per cui si registra un aumento della fruizione degli show in streaming e del tempo speso sui social network. Solo le fasce di età più adulte dichiarano che guarderanno più programmi TV”. La ricerca di The Fool con GlobalWebIndex (Coronavirus Research, marzo 2020) prosegue spiegandoci che “Servizi di streaming e programmi TV sono tra le modalità preferite per trascorrere del tempo in casa”.

Insomma la Stay at home-Economy (economia dello stare a casa) sembra aver preso piede e aver “contaminato” le nostre abitudini. Ora che abbiamo imparato a farci arrivare pizza, giornali e profumi a casa, ora che abbiamo apprezzato  la lentezza e subìto la lontana dagli affetti più cari , ora che abbiamo avuto più tempo da passare con i nostri figli, che abbiamo scoperto che tanti lavori si possono fare da casa e che la rete ci consente di accedere ad informazioni, formazioni ed approfondimenti, saremo ancora disposti a lasciarci trascinare per la giacchetta verso una rincorsa spasmodica di iperattività?

Lo so che il cambiamento spaventa. D’altronde il passato è fatto di suoni, odori, colori mentre il futuro è ignoto e già da qualche decennio non profumava più di speranza ma di paura. Paura che si aggiunge a quella per il presente incerto e ingabbiato. Ma il cambiamento è fisiologico oltre che necessario. Cambiare è salutare. Abitudini, progetti, visioni, traguardi, hanno bisogno di essere rinfrescati, resi attuali o futuribili. Abituiamoci al meno e anche al senza. Addestriamoci a nuove modalità sociali.

E allora come possiamo guardare al domani partendo dall’oggi? Con quali parole possiamo cominciare a ridisegnare questo futuro che non riusciamo a vedere? A me viene in mente la parola sostenibilità: affrontare il “the day after” attraverso la Sostenibilità Economica, Sociale, Ambientale.

Non voglio aizzare lo scontro tra ecologisti e liberisti, tra BIL e PIL, tra crescita e decrescita. Parlo della sostenibilità che non spreca (il non sprecare fa parte della nostra tradizione contadina). A partire dal tempo che di solito manca quando non c’è ma che abbiamo imparato può essercene anche troppo. Più qualità nei rapporti sociali a partire da quelli con la comunità locale e globale. Una comunità inclusiva e solidaristica che non lasci indietro nessuno. Un lavoro dignitoso più a misura d’uomo che sostenga le aspirazioni personali e la conciliazione con gli affetti familiari. La redistribuzione della ricchezza come motore di sviluppo e di riscatto sociale. Una rapporto armonico con l’ambiente e con le nostre responsabilità verso le generazioni future. Giustizia sociale per la riduzione delle disuguaglianze. La Cooperazione come miglioramento personale e collettivo.

Sono un inguaribile ottimista e in fondo credo nell’umanità (anche se a volte mi fa vacillare). Spero che usciremo non solo cambiati ma anche migliorati da questa stagione, e che ognuno di noi senta su di se la responsabilità personale dei comportamenti che produce quella collettiva.

Sarebbe veramente bello lasciare ai nostri figli un mondo migliore di come ci è stato consegnato.

 

Fonti:

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